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Hanno una sola maglia a disposizione, una storia calcistica non certo “mondiale”, vengono da una nazione con tante contraddizioni, ma dal Brasile al resto del globo stanno riscuotendo simpatie e curiosità diffusa: tutto merito di un pareggio a reti bianche contro la Nigeria, risultato che farebbe mugugnare tanti tifosi su tutta l’area terrestre, ma che a Teheran hanno storicamente accolto festeggiando per strada. Sempre eliminati alla fase a gironi (1978, 1998, 2006), capitan Teymourian (primo cristiano a indossare la fascia in 36 anni, diventato Timotyan per la Fifa) e compagni rappresentano una Nazionale che ha vinto solo una gara in una fase finale del Mondiale, con uno storico 2-1 sugli Stati Uniti.

Un giramondo come Carlos Queiroz in panchina (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Repubblica Sudafricana, Portogallo e Iran nel suo curriculum) e un Paese troppo spesso chiuso in sè stesso da rappresentare, l’Iran è una contraddizione calciante. Due giorni fa, mentre la nazionale pareggiava 0-0 contro la Nigeria a Curitiba, in quel di Vienna il Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif interrompeva i negoziati sul nucleare per guardare la partita e Hassan Rouhani, settimo presidente nella storia della Repubblica Islamica dell’Iran, twittava in inglese “Orgoglioso dei nostri ragazzi”, il tutto condito da una foto in polo della nazionale e pantaloni della tuta. Scene inimmaginabili fino a poco tempo fa in uno stato che vede il calcio come oppio dei popoli, promotore di promiscue compagnie, tanto che alle donne è impedito recarsi allo stadio per vedere la partita. A questo non hanno fatto caso Linda Kiani e Narges Mohammadi, attrici iraniane, partite per il Brasile per tifare il Team Melli e dirlo con un selfie, come nella quotidianità 2.0.

Dopo aver intrapreso un viaggio per il mondo col fine di arruolare nazionali, Queiroz è stato molto critico con la federazione per via del programma logistico che li vedeva solo il 3 giugno in Brasile: “Rischiamo di fare i turisti” aveva tuonato l’ex vice di Ferguson al Manchester United. Una rosa composita, con due stelle polari da copertina: Ashkan Dejagah, campione della Bundesliga nel 2008 con il Wolfsburg e oggi retrocesso in Championship con il Fulham, che sul braccio ha tatuato “Teheran” da un lato e “Berlin” dall’altro, e l’attaccante Ghoochannejhad, per gli amici (e i telecronisti) “Gucci””. Capitan Javad Nekounam è il talismano del team, condottiero e calciatore creativo così come il suo ex compagno di squadra Shojaei. Poi c’è la storia di Steven Beitashour, difensore statunitense: gioca nella Mls a Vancouver, che ha deciso di giocare per la nazionale del paese dei suoi genitori preferendola a quella degli Usa, per la quale era già stato convocato, nel 2012, dal ct Juergen Klinsmann. Storie nella storia di una nazione e una nazionale ancora distanti dalla quotidianità del mondo, ma che con un mese di calcio possono ottenere molto più che con anni di governo, usando il corollario iridato come mezzo di propaganda. Via i turbanti, pronti a turbare il mondo, del pallone questa volta. “Spero sia il primo di tanti altri punti” aveva twittato ancora Rouhani a fine partita lunedì. Sabato a Belo Horizonte ci sono Messi e l’Argentina….