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E’ a ragione ritenuto uno degli allenatori più validi di tutti i tempi, che tanto ha regalato all’Italvolley con l’indimenticabile Generazione di Fenomeni.
Abbiamo pensato di festeggiare il compleanno di Julio Velasco riproponendo le sue perle più belle, che tutt’ora sono punto di riferimento per tanti atleti e tanti allenatori non sono di volley!

Ho conosciuto centinaia di atleti. Alcuni vincenti, altri perdenti. La differenza? I vincenti trovano soluzioni. I perdenti cercano alibi.

Ecco il ruolo dell’allenatore! Uno non è un grande allenatore quando fa muovere i giocatori secondo le proprie intenzioni, ma quando insegna i giocatori a muoversi per conto loro. L’ideale assoluto avviene nel momento in cui l’allenatore non ha più niente da dire perché i giocatori sanno tutto quello che c’è da sapere.

Quando una squadra gioca male, quando le cose non vanno bene, i primi ad incazzarsi devono
essere i giocatori stessi.La rabbia deve scaturire prima da loro e non dal Presidente o
dall’allenatore o direttore sportivo. Se si subisce la sconfitta senza reagire vuol dire che c’è
qualcosa d’importante che non va nella squadra.

E’ opinione diffusa che chi ha vinto ha fatto tutto bene e chi ha perso ha fatto tutto male. Nello sport non basta fare le cose bene, bisogna farle meglio degli altri.

L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non è alzata bene, ma la palla non è alzata bene perché chi riceve non lo fa nel migliore dei modi. Quest’ultimo, poverino, non può a sua volta scaricare la colpa sull’avversario, dicendo: batti più facile! E allora dà la colpa alla luce. Quindi, se schiaccio fuori, è colpa dell’elettricista!

Gli schiacciatori non parla dell’alzata. La risolvono.

Credo che la gente abbia bisogno di emozioni, di sentirsi parte di qualcosa che va al di là della routine di tutti i giorni, di competere per un’impresa straordinaria.

La mentalità vincente si ottiene solo vincendo. Il problema è sapere cosa significa Vincere!

Chi vince festeggia, chi perde spiega.

(La cultura degli alibi) La prima vittoria che propongo ai miei giocatori, e che mi pongo io stesso, è battere un nemico terribile, anche perché si nasconde e non lo vogliamo mai affrontare. E questo avversario sono i nostri limiti, i nostri difetti, le cose che non ci vengono bene, che non ci piacciono. Questa è la prima vittoria, se non si vince questa gara non c’è miglioramento, non c’è qualità.Dopo questa prima vittoria possiamo cominciare ad avere una mentalità vincente perché sappiamo battere i nostri limiti. Ma ancora non abbiamo battuto nessuna squadra.
Il secondo passo è vincere contro le difficoltà. Possono essere di varia natura, il clima, l’arbitro, una condizione non ottimale… Tutti possono spiegare perché non sono riusciti a fare una determinata cosa, pochi riescono a farla lo stesso. Non riuscire a vincere la difficoltà porta alla “cultura degli alibi”, cioè il tentativo di attribuire un nostro fallimento a qualcosa che non dipende da noi.
Adottando la cultura degli alibi elimino la possibilità di utilizzare il feedback che sta alla base dell’apprendimento. L’errore è uno strumento che segnala la necessità di apportare delle modifiche, le scuse invece impediscono di mettere in moto tutto il processo di miglioramento.
Il terzo livello di vittoria è vincere contro gli avversari. E qui il problema della qualità è nostro e degli altri, ed il problema è misurarla.
Ricerca della qualità non significa perfezione, per il semplice motivo che non è possibile raggiungerla. Uno dei compiti di un vero allenatore è quello di individuare fra tutti gli elementi da migliorare in una partita quelli che sono decisivi per la vittoria.