L'algerino Sofiane Feghouli in lacrime a fine gara (Getty Images/Fifa.com)
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Il match dell’ottavo di finale di questo Mondiale, tra Germania e Algeria, è stato equilibrato fino al 120°. Nessuno, nemmeno il più ottimista dei tifosi africani, poteva immaginare un epilogo simile, con la loro squadra capace di trascinare i più quotati teutonici fino ai tempi supplementari. Lì, dove l’esperienza è fondamentale, i ragazzi di Loew hanno segnato due reti con Schürrle e Ozil, bravi a capitalizzare le occasioni avute a disposizione. Nonostante il 2-1, però, la Germania non ha impressionato, anzi ha anche rischiato più volte di capitalizzare dinanzi ai veloci algerini, autori di un’ottima partita. Il Mondiale per quest’ultimi ha assunto i crismi di un sogno già dall’inizio, figuriamoci agli ottavi di finale. Gli uomini di Halilhodzic meritavano qualcosa in più, almeno per la mole di gioco create nel primo tempo, ma va bene così. Aver messo in difficoltà la Germania è motivo di vanto.

Dietro a questa grande prestazione c’è il sacrificio, il lavoro settimanale sotto il sole cocente del Brasile e la voglia di difendere fino all’ultima goccia di sudore la propria patria. Nemmeno il Ramadan ha influito in negativo sulle giocate di Feghouli e compagni, che hanno preferito rispettare le regole della religione musulmana anche in terra straniera. Nel corso del mese di Ramadan infatti i musulmani praticanti debbono astenersi, dall’alba al tramonto – dal bere, mangiare, fumare e dal praticare attività sessuali. Chi è impossibilitato a digiunare (perché malato o in viaggio) può anche essere sollevato dal precetto, ma appena possibile, dovrà recuperare il mese di digiuno successivamente. Si legge questo su Wikipedia e, specialmente l’ultima stringa, fa capire la devozione dei calciatori africani nei confronti della propria fede. In un calcio dove i vizi aumentano giorno dopo giorno, l’Algeria, insieme ai suoi calciatori, ha dimostrato grande senso di appartenenza verso i propri colori. Malgrado la sconfitta di questa sera, Algeri può accogliere i propri beniamini con onore.